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Storia

dove il passato prende vita e ogni pietra conserva la memoria dei secoli

Storia

Le prime tracce di presenza umana nel territorio di Noragugume risalgono al Neolitico recente e all’età del Rame, come attestano alcuni importanti ritrovamenti archeologici. In particolare, la zona mostra evidenti segni di insediamento già nel periodo prenuragico, fase storica compresa tra il VI e il II millennio a.C., in cui la civiltà sarda iniziava a organizzarsi in forme sociali e spirituali complesse.


Queste antiche costruzioni megalitiche, alcune delle quali ancora visibili, sembrano quasi delineare naturalmente i confini sud-occidentali del territorio, in direzione di Sedilo, Aidomaggiore e Dualchi.
Nonostante lo stato ancora parziale delle indagini archeologiche, il patrimonio monumentale già identificato è significativo per un centro di piccole dimensioni come Noragugume.

Il primo insediamento stabile nell’area di Noragugume nacque proprio attorno al nuraghe di Costanuraghe, un’imponente struttura megalitica che un tempo dominava il paesaggio dalla sommità di un rilievo naturale, nella parte settentrionale di una sella del terreno. Fino agli anni Cinquanta del Novecento, il nuraghe – seppur parzialmente crollato – era ancora visibile; oggi ne restano solo le tracce delle fondamenta, ma il suo ruolo originario come cuore del villaggio nuragico è ancora ben riconoscibile.


Inoltre, nella prima metà del XX secolo, durante i lavori di rifacimento di alcune abitazioni nei pressi del nuraghe, vennero rinvenute delle lastre basaltiche poste a copertura di tombe nuragiche. All'interno di queste, i ricercatori trovarono oggetti in terracotta, piccole anfore, pietre basaltiche a forma di sole e luna, ossa umane.
L’antico villaggio di Noragugume sorgeva poi in una posizione strategica, sia dal punto di vista geografico che economico. Posto su un’altura che domina la pianura di Su Campu (oggi chiamata Media Valle del Tirso), garantiva il controllo visivo e fisico su una vasta area circostante.


Questa posizione privilegiata lo rendeva un punto nevralgico per il presidio del territorio, per le attività di scambio e per i percorsi stagionali della transumanza. 
Chi proveniva dalla Barbagia o seguiva il corso del fiume Tirso, dopo aver attraversato la pianura di Su Campu, doveva salire lungo un tratto di terreno impervio — seppur breve — per raggiungere il villaggio. Quel passaggio rappresentava una via obbligata per proseguire verso nord-ovest, in direzione di centri come Bono, Macomer, Bortigali e Su Campu Giavesu.


Tra la fine del primo millennio e l’inizio del secondo, si assiste a una significativa trasformazione religiosa nella regione: la tradizionale religiosità nuragica, con le sue pratiche e culti ancestrali, comincia a declinare progressivamente, cedendo il passo alla diffusione del Cristianesimo. In questo contesto di cambiamento culturale e spirituale, viene edificata la prima chiesa nel villaggio, caratterizzata da una pianta a navata unica, di dimensioni modeste, assimilabile a una cappella. Questa struttura, ancora oggi conservata, venne dedicata a San Giovanni Battista.

Durante il periodo giudicale, Noragugume fu parte integrante del Giudicato di Torres, uno dei quattro regni autonomi che costituivano la Sardegna medievale. Più precisamente, il paese rientrava nella Curatoria del Marghine, un'antica divisione amministrativa. Questa situazione perdurò fino al 1272, anno in cui, a seguito delle trasformazioni politiche dell’isola, il territorio passò sotto il controllo del Giudicato di Arborea, l’unico tra i quattro giudicati a resistere più a lungo alle pressioni esterne, in particolare a quelle aragonesi.

Nel 1420, il Giudicato di Arborea fu definitivamente annesso al Regno catalano-aragonese, e Noragugume entrò a far parte dei possedimenti feudali affidati a famiglie nobiliari vicine alla corona. In particolare, il feudo venne concesso ai Centelles e successivamente ai Cubello, famiglie di spicco nel panorama aristocratico sardo-catalano.

Un evento cruciale si verificò nel 1463, quando Salvatore Cubello, ultimo discendente della dinastia giudicale arborense, inglobò Noragugume nel Marchesato di Oristano, un’entità nata per cercare di conservare una certa autonomia locale all’interno del nuovo assetto politico aragonese.

Successivamente, nel 1470, il marchesato passò nelle mani di Leonardo d'Alagon, figura di grande rilievo e ultimo vero difensore dell'autonomia sarda contro la crescente ingerenza aragonese. Tuttavia, d'Alagon fu accusato di tradimento nei confronti della corona e, nel maggio del 1478, subì una dura sconfitta nella battaglia di Macomer. Noragugume, che insieme al vicino paese di Dualchi aveva appoggiato la sua causa, subì le pesanti conseguenze della disfatta: fu oggetto di feroci rappresaglie da parte delle forze vincitrici e venne completamente distrutto. Si salvarono soltanto la chiesa di San Giovanni Battista e Costanuraghe.

D'altronde, le abitazioni del tempo dovevano consistere, con ogni probabilità, in strutture a pianta semplice, assimilabili per forma e tecnica costruttiva alle capanne pastorali che, in Sardegna, si sono mantenute in uso fino alla metà del XX secolo. Tali edifici, di dimensioni variabili, presentavano prevalentemente una pianta circolare, sebbene esistessero anche tipologie a pianta rettangolare, generalmente riservate alle strutture di maggiori dimensioni o con funzione collettiva.

La base era costituita da un muro a secco realizzato con pietrame locale, dello spessore consistente e con un’altezza superiore al metro. Il perimetro murario veniva interrotto in corrispondenza dell’ingresso, solitamente orientato verso sud.

Sopra la muratura veniva eretto uno scheletro ligneo conico, costituito da pali di olivastro o quercia (sos puntellos), disposti radialmente e raccordati nella parte superiore. Su questa struttura venivano fissate fascine vegetali sovrapposte in più strati, per garantire impermeabilità e isolamento termico. I materiali impiegati erano reperiti localmente e comprendevano giunco, salice e steli essiccati di finocchio selvatico, scelti per le loro caratteristiche di flessibilità, leggerezza e capacità drenante.

Dopo il sacco e la repressione, il territorio di Noragugume tornò sotto il dominio dei Centelles, che lo inglobarono nella loro contea di Oliva, proseguendo così il sistema di gestione feudale della zona.

Il processo di ricostruzione e di ripopolamento del villaggio, quindi, può essere fatto risalire con certezza alla seconda metà del XVI secolo. Le evidenze architettoniche più significative a supporto di questa cronologia sono due incisioni datate, rispettivamente al 1587 e al 1593, visibili ancora oggi su elementi in trachite: una posta sull’architrave di un’abitazione privata e l’altra sull’architrave dell’oratorio di Santa Rughe.

Contestualmente si fa risalire a questo periodo anche l’edificazione della chiesa parrocchiale dedicata a San Giacomo Maggiore, che rappresenta un ulteriore segno della riorganizzazione comunitaria e religiosa del centro.

La documentazione archivistica più antica relativa alla comunità di Noragugume si inserisce nel contesto delle riforme introdotte dal Concilio di Trento (1545–1563), il quale stabilì, tra le altre disposizioni, l’obbligo per tutte le parrocchie del mondo cattolico di redigere e conservare registri di battesimo, matrimonio, morte, nonché di atti legati a testamenti e donazioni.

Tuttavia, l’effettiva applicazione di tali norme nei contesti rurali più periferici e isolati della Sardegna avvenne con un certo ritardo. A Noragugume, infatti, i primi registri parrocchiali disponibili risalgono al 1620 e contengono annotazioni relative a defunti e matrimoni. I primi atti di battesimo conservati sono datati 1632, sebbene non si possa escludere che registrazioni precedenti siano andate perdute o siano state redatte in sedi differenti.

L’analisi dei dati contenuti nei registri parrocchiali evidenzia una progressiva crescita demografica del villaggio nella sua fase postmedievale. In particolare, si osserva una media annua di circa dieci battesimi, dieci decessi e cinque matrimoni, dati che testimoniano una dinamica vitale regolare per un piccolo centro rurale della Sardegna del Seicento, in fase di consolidamento dopo un lungo periodo di crisi e spopolamento.

Nel corso del XVIII secolo, Noragugume fu compreso nel Marchesato del Marghine, concesso prima alla nobile famiglia Pimentel e in seguito ai Tellez-Giron, signori spagnoli legati alla corona borbonica. Questo dominio feudale proseguì fino al 1843, quando il territorio fu definitivamente riscattato e il sistema feudale abolito, segnando così l'inizio di una nuova fase storica per il paese.

Con la fine del sistema feudale e l'integrazione dell'isola nel Regno di Sardegna sotto la dinastia sardo-piemontese, il territorio di Noragugume venne inserito in un nuovo sistema di suddivisioni amministrative. Queste divisioni miravano a semplificare e razionalizzare il governo locale. Nel corso del tempo, Noragugume fu assegnato a province diverse in base ai cambiamenti amministrativi dell’isola.

Inizialmente, il paese faceva parte delle suddivisioni amministrative sotto la giurisdizione di Oristano; successivamente dipese dalla provincia di Nuoro e infine da quella di Cagliari, a seguito delle riorganizzazioni territoriali imposte dal governo centrale.

Nel 1927, con la creazione della nuova provincia di Nuoro, Noragugume venne ufficialmente incluso in questo ambito provinciale, segnando un importante passaggio nella sua amministrazione territoriale.

L’anno successivo, nel 1928, il comune di Noragugume fu aggregato al comune di Borore, in una fase di accorpamenti volti a razionalizzare la gestione dei piccoli centri.

Ma le modifiche non si fermarono qui: nel 1939, Noragugume fu ulteriormente aggregato al vicino comune di Dualchi, continuando così a far parte di una realtà amministrativa più ampia.

Finalmente, con la fine della Seconda Guerra Mondiale e i cambiamenti politici che ne seguirono, nel 1945 Noragugume conquistò finalmente la propria autonomia comunale.

Secondo lo storico Francesco Cesare Casula, il toponimo deriverebbe dalla combinazione del prefisso paleosardo “nur-” e dal termine latino “cuccuma”, ovvero “pentola” o “recipiente per cuocere”. Si tratta di una tesi avallata anche dalla tradizione locale, che legherebbe l'origine del nome a un nuraghe con forma tondeggiante e concava, effettivamente somigliante a una pentola rovesciata, che si ergeva nei pressi del centro abitato. Verosimilmente, potrebbe trattarsi proprio del nuraghe di Costanuraghe, struttura che in origine doveva costituire il cuore del villaggio.

Alcuni studiosi propongono invece un’altra ipotesi: il nome potrebbe essere legato al termine sardo “cugumene” o “cugumini”, che significa “cocomero” e più precisamente fa riferimento alla pianta del “cocomero asinino”, chiamata in sardo cugumini aresti. In questo caso, il toponimo potrebbe quindi riferirsi a un luogo dove cresceva abbondantemente questa pianta spontanea.

Un’ulteriore teoria fa risalire l’etimologia al latino “cacumen”, che significa “sommità” o “altura”. In questo scenario, il significato del nome sarebbe quindi quello di “nuraghe in posizione elevata”.

Il nome Noragugume è documentato per la prima volta nel 1341 e ricorre in atti successivi con diverse varianti grafiche: Noracucuma, Nuracogomo e simili. Queste forme arcaiche mostrano una notevole oscillazione linguistica, comune nei documenti medievali redatti da notai o amministratori esterni, spesso non sardi.

Nella parlata locale e nei paesi limitrofi, il toponimo è pronunciato con leggere variazioni: si trova infatti sia la forma Noragugume che Noragugumene.

Per quanto riguarda la pronuncia italiana, l’accento tonico può cadere sulla prima o sulla seconda “u”, riflettendo la non uniformità della trasposizione fonetica dal sardo all’italiano.

A Noragugume si parla ancora oggi il sardo nella variante logudorese. Tuttavia, il logudorese parlato a Noragugume presenta alcune peculiarità fonetiche tipiche della Barbagia.

Una delle caratteristiche più evidenti è la tendenza a preferire il suono “r” al posto della “l”, che si osserva in molte parole del lessico comune. Ad esempio, laddove in altre zone si dice polcu (maiale), a Noragugume si dice invece porcu, avvicinandosi maggiormente alla forma latina originale porcus.

Queste inflessioni linguistiche rivelano un substrato fonetico e culturale che differenzia il parlato locale da quello di altri centri, testimoniando la ricchezza e varietà interna della lingua sarda.